Dio salvi la donna oca

•5 marzo 2012 • Lascia un commento

Sul grande schermo, una velina con addosso 20 cm di stoffa totali e il buon Iacchetti che le molla una pacca sul culo nudo urlando: “Girati che Enzino deve darti un’occhiatina…”. È solo uno degli sketch pietosi che diverse sere fa si è proposto agli occhi del pubblico del Pavone, teatro scicchettoso di Perugia: e il pubblico ha fatto “oh”, ha sussultato, si è indignato, e poi ha fatto “no” la testa. Poi, a fine proiezione, il grazie liberatorio alla donna che ha aperto loro gli occhi sullo sciacallaggio del corpo delle donne che si consuma tutti i giorni in tv. La presunta “liberatrice” si chiama Lorella Zanardo, ideatrice del fortunato (sedicente) documentario “Il corpo delle donne”. 24 minuti di immagini prese da 400 ore di talk show e varietà – roba da lasciarci la salute, che mostrano labbra come canotti, chiappe a 32 pollici, e donne inginocchiate, prostrate, un festino di risatine e botox. L’autrice, in un monologo-fiume, commenta la fogna della tv italiana chiedendo dove eravamo, cosa facevamo, che ci è successo mentre ci sbattevano – mostruose – in prima pagina.

Il caso della gentile signora Zanardo, nato sul web due anni fa e cresciuto col passaparola dei giovani indignée, è arrivato a Perugia dopo un tour da rockstar tra scuole e licei. Un successo clamoroso e poi nel maggio scorso la consacrazione, tutto un orgoglio per mamma Lorella: niente po’ po’ di meno che il parlamento europeo ha chiuso un occhio sull’Italia birichina dei conti in rosso per ascoltare lei, la paladina delle donne che devono ricordare al mondo che hanno un cervello. E solo i malpensanti possono credere che sia successo perché lei bazzica gli uffici di Strasburgo da un bel po’ in veste di consulente, sti stronzi.

Donna merce e donna rifatta quindi, perché i maschi che si ritrovano accanto le mogli in pantofole almeno in televisione la donna la vogliono così; e donna oca perché idem. Va bene, ma lo sapevamo già: pure mi nonna. Perché non ci lanciamo una sfida seria:  via l’impulso ancestral-populistico di difendere la donna vittima del mondo maschio. E poi, guardiamoli meglio, quei 25 minuti di culi e tette. Non le abbiamo mai visti? Dov’è la notizia? “Il corpo delle donne” rivoluziona il pensiero sulla donna? o piuttosto mamma Zanardo sta sbattendo se stessa in prima pagina, a cavallo dell’argomento incontestabile – il riscatto della donna-corpo, oca, silicone? E con un cavallo di scorta a prova di Troia (eh): i ragazzi, quelli che si infiammano per le battaglie, basta che gli dici “diritti violati”.  Comunque, ragazzi o no, quando si parla di belle femmine in tv come involucro dorato per qualsiasi pillola (da una puntata del cazz di “Striscia la notizia” a un ex ministero per le pari opportunità parecchio inopportuno), guai a chi si azzarda a NON scandalizzarsi.

A Perugia, un giovane spettatore del Pavone ha chiesto alla Zanardo in sala se non ci fosse forse “troppa «Lorella» nel video” (lei che fa, commenta, filosofeggia e disfa), e un po’ poco (o niente) di quello che non sappiamo”. Lorella paladina – piccata, battagliera – ha (non) risposto dicendo che due milioni di persone hanno visto “Il corpo delle donne”, e migliaia di ragazzi le scrivono, e ripetendo la storiella del parlamento europeo. E lei gira, viaggia, parla con tutti. Di sé. E tace sull’unica cosa che avrebbe fatto la differenza, se lei si fosse messa da parte e ne avesse parlato. Il mondo di quelle donne (quelle sì, poche) che stanno in tv perché ci sono arrivate senza infilare la testa sotto le scrivanie. E sono vestitissime. Ma anche di quelle che non si sentono vittime dell’«ennesimo sopruso a cui nessun uomo è mai stato obbligato», come pontifica il zia Lory. È proprio qui che ti sbagli, ah Loré. E ti dirò, nonna femminista, se ci fosse ancora, lotterebbe anche per questo: per la libertà della donne che vogliono essere bambolette e ochetta. Quelle che non ci fanno fare bella figura.

 

Manuale della collezionista di colloqui di lavoro

•4 aprile 2011 • Lascia un commento

1- Non insultare quella ebete di quella tua vecchia zia che non vedi da tre anni e mezzo e che rincontrerai giusto giusto per farti dire che è da tre mesi che ti gratti il mignolo invece di lavorare. Sicuro che è remota ma influente q.b. parente del capo della selezione personale dell’azienda da cui ti presenterai domani.

2- Non esagerare con l’esaltazione delle tue doti, del tuo curriculum strepitoso, della tua spiccata propensione alla mobilità: questa roba urla disperazione.

3- Sappi che ogni volta che sei in bagno, in quel raro giorno che in cui tu, devota della doccia-sveltina,opti per la vasca rilassante con bolle, paperelle e in soprafondo Marilyn Manson perforatimpani (che, a modo suo, scioglie), la possibilità che gli addetti alla selezione personale ti chiamino svetta al 200%.

4- Adotta la psicologia della sfiga e prendila in contropiede: annulla le speranze ed accetta di sculettare con grembiulino bianco in 3 diverse bettole unte di periferia; avviati verso una carriera da apprendista podologa geriatrica in un discutibile centro estetico; pigliati sulle spalle il futuro di una quantità di piccoli decerebrati liceali con la media del 3 e 1/2 facendogli ripetizioni di greco antico avanzato. Una volta che ti sarai avviata verso queste scintillanti carriere, attirerai su di te le telefonate di folle e folle di recruiter.

5 – Al colloquio, più avrai curato il tuo look, soppesando colori, fantasie e impatto ambientale della triangolazione abbigliamento-accessori-profumo(-oggetti a vario titolo scaramantici), più quelli della selezione del personale saranno così ggiovani e radical chic da considerare le tue sobrie compassate ballerine blu come sintomo di un’imperdonabile mollezza del carattere.

6- Un’azienda che si chiama “Welcome future”  non è necessariamente composta dai ggiovani di cui sopra. Quei tuoi jeans delavèe saranno un abominio. E farà il paio con quanto di più ggiovane conosci: il brufolo mediofrontale.

7- Al colloquio noterai anche l’eccezionale verificarsi della strepitosa congiuntura astrale per cui il calzino avrà l’elastico sbracato e ti segherà la caviglia, la bretella opposta della canotta ti trancerà il braccio, il bottone della camicetta giocherà a nascondino con l’asola e ti farà sembrare la solita stagista arrizzacazzi (e sicuro che causa gonfiore gastroenterico da tensione, avrai stretto la cintura due buchi in meno). E avrai la chiara coscienza di tutto questo nel momento esatto in cui ti ricorderai come proprio ieri avevi impostato come profilo suonerie del cellulare “all’aperto”.

8- Inutile riempire il curriculum di tutti i corsi di lingua, gli attestati, i lavori in cui ci sei cimentata: sarà quella mezza giornata di sostituzione alla vendita di biglietti ferroviari (che hai trascorso variamente scaricando musica e sputtanelleggiando coi tuoi ultimi quattro amici di FB maggiorenni – aka non imparando un’emerita cippa) che ti varrà il lavoro del futuro.

Be prepared.

Filosofia spicciola della domenica

•12 dicembre 2010 • Lascia un commento

Ho deciso che se per aggiornare il blog aspetto che transeat la noia di scuolettaperfetta, che le monde prenda tal piega o tal’altra, che risorga il buonsenso che spinge anche le trapassate come me a studiare, si verranno a creare le seguenti situazioni spiacevoli:
Nel blog cresceranno muschi e  licheni, gli sciacalli verranno a sciacalleggiare credendo di cogliere riferimenti (che riferimenti non sono) e vezzi (che idem), e l’aria si inonderà di polvere obnubilante e balle di fieno rotanti nel silenzio del mezzogiorno de fuego da spaghetti western.
Poi, dimenticherò le mie sempre care mi furono autopalpazioni interiori, con rischio di perdere di vista eventuali sviluppi di materia tum(efatt)orale, altrimenti detta paranoia.
In ultimo, mi farei cacciare da scuolettaperfetta, e non sa mai.

In tutto ciò, tornare a produrre pensieri su queste pagine potrebbe ridarmi l’impressione di saper ancora parlare la mia lingua madre; laddove cioé l’espressione linguistica è una pratica erotica nei confronti dell’unica persona che – come diceva Woody Woody –  realmente si stima. Oooh, hm, sì.

Ora devo solo trovare qualcosa da scrivere che possibilmente non riguardi Merry Christmas o la recessione che sta ingoiando tutto e tutti come il Nulla della Storia Infinita. E che glissi elegantemente sulla sfera personale, che lévate. D’altro canto, molte piccole cose irrilevanti per il corso della grande Storia in realtà accadono sul mio pianeta: in quel posto scomposto, dimenticato dal Buon Senso ma sempre in agguato del Senno di Poi, il Cinismo è ormai inquilino stabile e ha un giardino con alberi secolari dalle lunghe radici. Ma una qualche forma di romanticismo vintage sta invocando sfacciato il diritto di asilo, e aspetta sbuffando sulla linea di confine, tamburellando col piede e incrociando le braccia.
E poi scoprire Paco de Lucia di Live…one summer night per caso e come mille altre volte prima, domandarsi dove avevo la testa e le orecchie prima di quel momento. E il resto dell’iPod non esiste.

E poi, 200 km go and back e ritrovarsi dove vive ancora la parte migliore di te. Firenze mi accoglie ogni volta attraverso il sorriso aperto di Porta Romana, mentre io, con la fronte aggrottata e il mio musone capricornino, trascino i fardelli accumulati altrove e più misti di un bazar. E respiro, lentamente come a dizione, 6 tempi, più sei, ed espira in 12. E torna fuori tutto: i mesi a Granada, le fughe a L’Aquila, le scarpe prese in testa a Madrid, gli spettacoli disastrosi a Roma, i treni persi, ma sempre in qualche modo recuperati, a rincorrere le balze ondeggianti di quelle so unfashioned gonne da flamenco.

Ci sono posti (del tutto mentali) che mi rimbomberanno in testa per sempre. Erano i tempi in cui bastava correre per arrivare, bastava provarci per sentirsi : il mio best of in intenzioni ed aspirazioni da inseguire. Con l’indistruttibilità – e la folla di domande (altrui) a seguire – di un animale mitologico. Era il mio record personale. Il mio tempo migliore.

Adelante

•19 settembre 2010 • Lascia un commento

Settembre è arrivato, col suo pesante carico di buoni propositi e agende zeppe di nuovi impegni. Quando l’agenda-francobollo non riesce a contenerli tutti si ricorre ai post-it appiccicati ovunque, dalla scrivania passando per i 3/4 dei mobili di casa fino allo specchio: è riflesso di una volontà rinnovata, di un ottimismo che oh, chi l’avrebbe mai detto, oltre che della mia solita espressività cangiante e autobastantesi. Che resterà l’unica a darmi il buondì al mattino, e ad assicurarmi il sonno notturno tempestato come sempre dai miei sogni confortantemente indecifrabili. In saecula saeculorum.

Va da sé che se i post-it finiscono, si va giù di retro di scontrini, vecchie lettere dal valore rovinosamente precipitato, bigliettini ricavati dai vecchi appunti presi e mai trasformati in qualcosa di più. La mia stanza diventa un unico muro del “Damose da fare”, e quei foglietti sono l’unica decorazione pendula che pacifichi l’umore di chi la occupa.

Mese di riprese, di spolverate ai progetti di vecchia data e lungo corso, ai futuri semplici e anteriori. Aboliti la combinazione letale condizionale più congiuntivo imperfetto. Cabala, karma, e buona parte di altre cose inizianti per il medesimo suffisso: siete ufficialmente esautorate da un qualsiasi ascendente sulla mia vita.

E famo pure  che stasera la cara vecchia Ironic resti solo una canzone da ballicchiare per la stanza mentre riordino quello e quell’altro – e accantono inconsciamente (seh) una luuunga serie di volumi del capitolo “Vita da cui stai fuggendo a tutta callara”.

Nonostante tutto, questo sabato mi fa ancora sorridere (to be continued)

Piccolo spazio pubblicità

•16 agosto 2010 • Lascia un commento

Mi manca ma proprio un bel po’ di non abitare in una città con la metropolitana (vera, dico) perché altrimenti dove leggo mentre ascolto la musica mentre studio la gente facendo boccacce ai bambini mentre faccio la pulizia pasquale del portafogli senza sentirmi che sto perdendo tempo e non sto facendo quello che dovrei fare, io.

“Sono cotto da questa parte, girami dall’altra e poi mangiami”

•15 agosto 2010 • Lascia un commento

(San Lorenzo)

Se un “uomo sposato con Dio” non sottintendesse abbastanza contraddizioni da poter essere reclutato come parlamentare del PD,
avrebbe il mio amore sempiterno.

RISENTIMENTI part 9 – Fight Christmas #2

•12 giugno 2010 • Lascia un commento

07 gennaio 2010 – Quello che mi consola é sapere che nel momento in cui avrà finito di fare le sue profondissime meditazioni intorno al proprio ombelico, e quando i consueti girafrittatismi paraocchi e attappaorecchi esauriranno il loro effetto anestetizzante,
verrà magari il tempo di un barlume di senso del reale, con annessa necessità di guardarsi intorno,
e allora forse sì, si accorgerà
di quello che non ha più,
e si sentirà un coglione, per quello che non ha fatto,
e si sentirà un mostro, per aver demolito, con la forza e la costanza dell’inerzia, ciò che era nato così incredibilmente e così fluidamente
e si sentirà solo, ché non c’é piu’ la sua amica di Annozero e TV cialtrona accanto a lui,
e si sentirà ancora più solo, ché prima di arrivare dove eravamo noi gli ci vorrà tempo,
e si sentirà vecchio, ché una compagna competitiva di cene collose cinesi è rara,
e si sentirà di nuovo solo, senza una spalla durante le sue ansie da prestazioni varie e nei suoi scazzi da bar,
e si sentirà immensamente meno figo, senza specchiarsi nei miei occhi che lo amavano completamente,
e ancora una volta si sentirà un coglione per aver lasciato che ci scorressero delle lacrime, negli occhi da cui per lui è così facile ottenere un sorriso
e allora bienvenue fallimento,
ché con me avrebbe potuto,
bonjour frustrazione
ché con me avrebbe potuto,
e maldite inerzia, inerzia stupida,
ché con me avrebbe potuto,
che certo, l’emozione ti coglie e ti sconvolge, ma il fremito della pelle va accolto, preservato, fatto crescere, e noi stavamo imparando insieme, a modo nostro, e c’era la volontà di imparare insieme, a modo nostro,
di ricostruirci sulle nostre macerie, insieme
gli avevo chiesto di fidarsi di questo nostro star bene semplice, prezioso
gli avevo dato modo di poterlo fare, totalmente,
perché se mai io ho potuto sbagliarmi sui suoi occhi, lui non ha potuto sbagliarsi sui miei
se io ho frainteso i suoi gesti di tenerezza, lui non può aver frainteso i miei
se le sue parole erano pozzi di contradditorio, i miei sussurri lasciavano chiaramente intendere tutto ciò che non dicessero,
adesso voglio te, incoscientemente e consapevolmente,
voglio stare a vedere cosa riusciamo a fare insieme,
voglio correre il rischio, perché il nostro tempo insieme è bello e semplice e fluido,
e mi piace averti accanto,
scazzato, inquieto, geniale come sei
forse le parole non erano proprio le stesse, ma questo gli avevo detto
perché non credo ai ti amo, ma credo agli occhi limpidi e agli abbracci stretti
e me ne frego degli exploit ad effetto, perchè sono i piccoli sì di ogni giorno quelli che contano
credo alla paura paralizzante e alle stronzate che ti fa fare, anche, ma credo soprattuto alla voglia di imparare a rischiare insieme, poco a poco
e non penso che gli capiterà molto presto di ascoltare parole così
allora mi viene tenerezza a vedere che ciò che sento era davvero puro
e mi consolo dicendo che, tra i due, é lui quello che ha perso
non me, ma quella nostra gioia a portata di mano,
e quando lo sento così incapace, così inetto, così piccolo nel dirmi semplicemente che lui è così e che non c’è modo che possa avvicinarsi a qualcuno davvero, di nuovo,
penso che ha proprio ragione di dispiacersi, povero coglione,
e resetto con un colpo di spugna la mia stronza memoria nemica delle rimozioni
io incazzata, io fiera, io integra.

 
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